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Home Economia, diritto e tributi codificazione o mistificazione tributaria?
codificazione o mistificazione tributaria? PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tassazione
Scritto da Raffaello Lupi   
Venerdì 11 Luglio 2014 19:31

fanno queste iniziativecome in questo caso La delega fiscale, come abbiamo scritto altre volte è in buona parte un modo per prendere tempo davanti al malessere e al disorientamento della pubblica opinione in materia tributaria. Questo malessere non dipende tanto dalla legislazione quanto

dall’atteggiamento verso la legislazione da parte delle istituzioni, a loro volta condizionate dalle spiegazioni sensate, ma in parte riduttive o semplicistiche, delle istituzioni, dei mezzi di informazione, di esponenti della politica. C’è chi, come il nens, o la CGIA di Mestre, cerca, nel vuoto pneumatico causato dalla mancanza di riflessione e di proposte concrete, di fornire in modo propositivo le sue spiegazioni dei fenomeni, mettendosi in gioco. Poi c'è anche chi pensa di legittimarsi, attraverso la confusione, con le stesse ricette che hanno provocato la malattia,cioè il “rimedio legislativo" , che sanerà con nuove leggi  i guasti provocati da leggi sbagliate. Senza proporre spiegazioni, suggerimenti per il comportamento istituzionale, per la messa a fuoco dei fenomeni, ma modifiche normative accompagnate da espressioni tanto paludate quanto generiche, apparentemente in tema, ma senza chiavi di lettura precise , proponendo di appiattire tutta la geografia legislativa tributaria in un unico codice, senza capire che le varie tipologie di tributi sono  influenzate anche dalle modalità con cui le varie forme di ricchezza si manifestano. Chiunque operi in campo tributario avverte oggi che la mancanza di un codice è l’ultimo dei problemi. I due principali tributi che caratterizzano la tassazione attraverso le aziende, cioè IVA e imposte sui redditi, hanno disposizioni procedurali distinte, ma abbastanza ben coordinate, e soprattutto entrate nel bagaglio operativo di centinaia di migliaia di addetti ai lavori. Che ormai conoscono il loro coordinamento con altre disposizioni tributarie, relative anch’esse alla tassazione attraverso le aziende, e  sparse in leggi a sé stanti , ad esempio l’IRAP,  la tassazione delle rendite finanziarie, l’IVA intracomunitaria. Ci sono poi le numerosissime imposte estranee alla tassazione attraverso le aziende, riferite a forme di ricchezza peculiari, per le quali il tipo di intervento degli uffici è diverso e quindi inadatto ad una codificazione omogenea. Che magari esiste anche, e ben venga, in paesi dove il malessere non c’è, la determinazione della ricchezza  è serenamente effettuata, la pubblica amministrazione responsabilizzata perché la pubblica opinione sul tema è coesa. I  “principi generali” neppure hanno bisogno di una legislazione varata in modo carbonaro, ma solo della discussione. I principi generali sono belli se sono “generali”, cioè “comuni” ai vari tributi, mentre regole rigide per istituti diversi provocherebbero crisi di rigetto. Una  riorganizzazione geografica della legislazione tributaria richiede quindi che prima sia riorganizzato il diritto, abbandonando rivolgendosi ai contenuti, e precisamente il coordinamento della determinazione della ricchezza attraverso le strutture amministrative ovvero la valutazione degli uffici.  Prima ci si chiariscono le idee e poi si fa la codificazione, altrimenti si stratifica solo un’altra coltre normativa su quella già esistente. Alimentando il mostro che ognuno interpreta e applica secondo la sua personale visione, in piena buona fede, della determinazione della ricchezza ai fini tributari. Chi si presenta come depositario dei misteri delle norme,  come scrutatore di una loro arcana e presupposta razionalità, suggerisce appunto di superare il malessere con nuove norme, di cui non dà alcuna spiegazione, senza neppure spiegare i problemi della pubblica opinione, delle istituzioni, delle aziende, dei professionisti, dei giudici. La dottrina vera dovrebbe capire , e poi spiegare, senza legiferare …mentre la mistificazione rinnega il principio di sensatezza, criterio della scientificità umanistica, alzando cortine fumogene di stereotipi, né giusti né sbagliati, apparentemente in tema, di quella tortuosa incomprensibilità costruita per disorientare i lettori e accreditare i proponenti. Una mistificante scientificità di facciata, oggettivamente utile solo alle relazioni ambientali dei relativi proponenti. Ma che confonde ulteriormente le idee alla società, ponendo  le basi per peggiori malesseri.

 

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