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Una teoria per i tributaristi

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Home Tributi minori La confusione sull'azienda si vede sul "no profit "
La confusione sull'azienda si vede sul "no profit " PDF Stampa E-mail
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Tributi minori
Scritto da Raffaello Lupi   
Sabato 30 Marzo 2013 09:31

Se l'opinione pubblica italiana, la classe dirigente,nella sua carenza di formazione economico-giuridica non capisce "il profit", cioè neppure distingue l'azienda dal lavoro indipendente, figuriamoci il mistero del "no profit", specie se poi lo applichiamo alla determinazione tributaristica della ricchezza. E' facile comprendere il rischio di cadere in approvazioni o critiche politico sociali, come la scuola privata, la clinica privata, le case per ferie, le cooperative rosse, la fondazione di

Don Verzè , la comunità di San Patrignano, divagando nei discorsi da autobus  sempre dietro l'angolo. Qui dobbiamo solo determinare la ricchezza, in relazione ai vari  fattori che concorrono alla sua formazione, a partire dal "lavoro", nella sua forma più naturale che è quella di "lavoro indipendente", dell'artigiano, del contadino, del bottegaio, che non sono "aziende", che non organizzano il lavoro altrui con attrezzature tecnologiche,e giustamente lo fanno per profitto , cioè "per mangiare". Ci sono poi alcuni individui che organizzano lavoro altrui e macchinari, a fronte di un profitto e finalmente qui di un "rischio di impresa", perchè occorre impiegare capitali , propri o altrui. Poi ci sono le aziende di erogazione, in genere pubbliche, che si fondano su trasferimenti di somme volontarie (nelle famiglie) o coattive (tributi).  Rispetto a questa realtà elementare ci sono poi attività, che ereditano la vecchia modalità caritatevole dell'antichità,  in cui l'attività organizzativa è volontaria , però i costi ci sono, proprio perchè non sono tutti coperti dallo stato e perchè anche i volontari devono mangiare. Quindi qualcosa si paga, ma non c'è tecnicamente un mercato. la promozione dell'attività viene infatti da gruppi religiosi, politici, ambientalisti, sportivi, tenuti assieme cioè da un "valore" di altro tipo. Dove magari i promotori devono pure sostentarsi, ma non perseguono un profitto, perchè l'organizzazione, la scuola religiosa o la clinica costituiscono una finalità in se stesse del gruppo religioso, e anche -da ultimo- le case per ferie costituiscono un elemento di coesione del gruppo religioso, spesso molto ridotto, che deve utilizzare immobili ormai di difficile manutenzione. Considerare "non commerciali" alcune di queste attività non è lesivo della concorrenza europea proprio perchè si tratta di "comunità" che remunerano il lavoro in modo indiretto, vivendo insieme , unite dalla condivisione di una missione, non per la remunerazione del lavoro organizzativo. Quest'ultimo sostanzialmente è gratis, perchè la scuola, la clinica, la vita in comunità è premio in se stessa. Per questo si può sostenere che l'attività non è esclusivamente commerciale, ma anche di autosostentamento. Non ci si mette insieme per gestire un albergo, ma per osservare un credo comune, e mantenere il gruppo in funzione di un obiettivo ideologico-politico-religioso. E' un elemento di  coesione sociale che rende queste attività diverse dalla pura commercialità. Perchè il padrone della catena alberghiera taldeitali non vive in comune con portieri, cuochi e pulitori, come fanno le suore di Santa Brigida. Naturalmente è normale del no profit chiedere qualcosa ai clienti, perchè il cibo, le infermiere, le medicine, la luce , il gas , il riscaldamento, il bagno, gli insegnanti non sono gratis. Perchè anche loro devono mangiare. Per questo si chiama "terzo settore". 

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