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Una teoria per i tributaristi

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Home Tassazione internazionale Che c'entra il caso Apple con la web tax?
Che c'entra il caso Apple con la web tax? PDF Stampa E-mail
Tassazione internazionale
Scritto da Raffaello Lupi   
Venerdì 01 Gennaio 2016 17:40

Anche se la pubblica opinione è disorientata sulla determinazione dei tributi, approfittarsi troppo della sua carenza formativa per cercare dividendi politici aumenta la confusione, crea demagogia e può essere un boomerang. 

In primo luogo si tratta di contestazioni interpretative, sull'allocazione di flussi di denaro registrati, in base a documenti materialmente veri, senza incassi in nero, interposizioni di persona, costi fittizi, come quelli che possono riguardare il capitalismo familiare italiano; il linguaggio degli inquirenti e dei mass media sensazional-populisti ammicca invece ad espressioni tipo "frode", "fittizietà", artificio", che danno l'idea di fondi neri ed alterazioni documentali, scoperte dagli abili "007 del fisco"; è un demagogico e consapevole giocare sull'equivoco perchè si tratta di reinterpretazioni di eventi tracciabili e ricostruibili senza -ripetiamo-nessun flusso finanziario nascosto, incassato in nero o a fronte di documentazione alterata.

Neppure c'entra, ne ha a che fare con la web tax, o con l'Italia,  ill sandwich o il doppio sandwich con cui Apple è stata accusata di eludere le imposte americane  e che abbiamo commentato in questo post.

Tutto ruota invece, come indicato in questo post, attorno a una struttura organizzativa di vendita sul territorio italiano, facente capo a una diversa società del gruppo Apple, per contattare i grossisti, promuovere le proprie merci etc.. La contestazione fiscale Apple è quindi tipica della "old economy" anche se relativa a prodotti tecnologici; la contestazione è molto simile a quelle  verso la United fruit company, per le banane chiquita degli anni ottanta, oppure la Philip Morris per i Tabacchi degli anni novanta, o la Bosch per la  ferramenta di circa due anni fa. Anche se i prodotti Apple servono ad andare su internet, la vendita non avveniva "via internet". Computers e smartphone, pur utili alla new economy , ai fini del rilievo fiscale erano  solo oggetti materiali, pezzi di plastica e metallo da vendere in Italia, piazzandoli presso i grossisti, con una rete di vendita, esattamente come qualsiasi frigorifero o televisore della Old economy. Nel caso Apple si ha solo tassazione dei profitti su un prodotto utile per andare su internet e forse questo è il motivo dell'equivoco. E' assurdo quindi pensare che il caso Apple apra nuovi scenari sulla materia della web tax. 

L'improprietà di questi accostamenti politici del  rilievo Apple alla web tax è evidente pensando che nel caso Apple serviva una struttura fisica di vendita sul territorio italiano; questa struttura è invece superflua quando i contatti con la clientela avvengono via internet, o comunque a distanza,  come appunto nei casi già esaminati in questi post sulla tassazione di internet.  La soluzione, giusta o sbagliata che sia, del caso Apple, non indica affatto una strada percorribile per la web tax, dove invece occorrono altre soluzioni. Vuoi l'allargamento dei criteri di collegamento per i servizi pubblicitari,  come dicevamo su dialoghi, oppure l'allargamento del concetto di stabile organizzazione, varando la "stabile organizzazione digitale", anche con una graduale revisione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni.  

Tornando ad Apple, non si tratta della scoperta di un reddito occulto, ma dell'allocazione di un reddito, che -tra Italia e Irlanda- è tracciabile e palese. Siamo contenti dell'incasso per l'erario, ma non tiriamo troppo la corda con gli altri stati, che potrebbero sentirsi pregiudicata la rispettiva sfera di sovranità tributaria, col rischio di arbitrati internazionali e di doppie imposizioni degli stessi flussi di ricchezza. 

Se poi altri paesi in cui le nostre aziende hanno strutture di distribuzione applicassero, all'inverso, la stessa logica, potremmo trovarci tassate negli Stati uniti, in Cina o in Brasile quote di valore aggiunto già tassate in Italia. Va bene evitare salti d'imposta, ma anche doppie tassazioni, dovute alla sovrapposizioe di pretese impositive di stati diversi, in cui risiedono articolazioni diverse del gruppo. 

 

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