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Home Tassazione internazionale la tassa sui capitali scudati: cosa c'era di fattibile
la tassa sui capitali scudati: cosa c'era di fattibile PDF Stampa E-mail
Tassazione internazionale
Scritto da Raffaello Lupi   
Mercoledì 07 Settembre 2011 07:51

Come tante altre riflessioni e proposte di questo frenetico ultimo mese, anche nella proposta del PD di ritassare i capitali rientrati con lo scudo fiscale c'era una intuizione ragionevole, che ovviamente non sarà valorizzata perchè mancano le risorse progettuali e di analisi  

 

per farlo. Però è un buon esercizio intellettuale riflettere su come si sarebbe potuto  fare, senza irragionevoli  manovre punitive , come l’eliminazione di qualsiasi valore dello scudo e l’intervento punitivo sui capitali scudati, un po’ come chi prima alzava una bandiera bianca e poi apriva il fuoco. Si potrebbe però intervenire su quanto  il vecchio scudo lasciava nel vago, cioè sulla sua componente condonistica, obliqua, indiretta, giocata sull’equivoco, e che andava ben al di là della copertura sulle sanzioni del monitoraggio. Era una situazione in cui pagavi uno e portavi via due. Sanavi il monitoraggio  e vincevi il condono, ma in modo obliquo, indiretto, basato più su circolari dell'agenzia che su disposizioni  di legge. Ovviamente oggi la sanatoria sul monitoraggio dovrebbe ovviamente rimanere ferma, come pure la inutilizzabilità dei rimpatri “in malam partem”, come prova di evasione, anche ove il fisco venisse a conoscenza delle dichiarazioni riservate, anche per effetto della movimentazione dei relativi fondi. Non si rompono i patti precisi con  i contribuenti, anche se Gian Antonio STella e Sergio Rizzo sul corriere della sera si chiedevano perchè si possono rompere i patti sul calcolo della pensione e non quelli con gli evasori. Semplice, perchè il patto coi pensionati non è ancora chiuso, era uno scambio oggi contro domani, contributi presenti contro pensioni future e quindi sempre condizionato alle compatibilità finanziarie. IL patto con gli evasori a fronte dello  scudo prevedeva uno scambio contestuale. Era chiuso.

Però si potrebbe intervenire dove il patto era ambiguo, cioè sui riflessi condonistici dello scudo, che erano stati sempre lasciati nel vago, proprio per fronteggiare le accuse mediatiche secondo cui lo scudo era un nuovo condono. Oggi si potrebbe intervenire, in modo chiarificatore e non punitivo, su chi, attraverso lo scudo, intendeva “comprare il condono”, fidandosi delle ambigue promesse al riguardo, e si era talvolta inventato persino inesistenti disponibilità all’estero, come avevamo rilevato a suo tempo su questo sito.

Quindi il pagamento del 5% era più che adeguato, rispetto alle possibilità di controllo sulla titolarità effettiva dei conti esteri. Le probabilità del fisco di individuare direttamente le disponibilità estere erano pressochè inesistenti, salve beghe familiari tra coeredi sprovveduti, dove tra i due litiganti il fisco gode. Tutta l’impalcatura del monitoraggio fiscale, del quadro RW, e della dichiarazione di somme all’estero è infatti praticamente una “grida manzoniana”, buona solo a far paura, a generare equivoci e perdite di tempo, un caso classico in cui sanzioni feroci cercano di controbilanciare l’impossibilità di controllo. Se uno si trova dei soldi all’estero, perché li ha ereditati, oppure perché è un immigrato, venga pure sanzionato con l’esproprio di tutti gli eventuali redditi che ne derivano, ma le sanzioni sul capitale, compresa la casa familiare di Abdul, carpentiere a Treviso, posseduta da due secoli in Marocco, avevano ed hanno qualcosa di maniacale. Dove l’impossibilità di controllo non è il problema, ma la soluzione rispetto a sanzioni assurde ed insensate (forse inasprite, per soddisfare chi vuole “mostrare i muscoli”, proprio nella consapevolezza che resteranno sulla carta). Se l’Italia non avesse altre urgenze, dove impiegare la sua irrisoria capacità di progettazione legislativa in materia tributaria, sarebbe necessaria una profonda revisione del monitoraggio fiscale, che ora come ora è solo un impotente e feroce babau dove sono incappati, per motivi casuali o per leggerezza, solo pochissimi malcapitati.

Il  problema dei capitali all'estero non è il reddito, ma le modalità di costituzione, appunto, del capitale. Erano i riflessi condonistici dello scudo ad essere invece offerti troppo a buon mercato, in una specie di “paghi uno porti via due”. Mettendo sullo stesso piano chi faceva rientrare capitali e chi faceva rientrare capitali a loro volta costituenti redditi nascosti al fisco. Ci poteva anche stare, e forse era anche troppo,  la sanatoria al 5% per chi era stato nominato beneficiario di un conto estero con 5 milioni dallo zio d’America, mentre erano decisamente condizioni troppo favorevoli per la parcella dell’avvocato pagata in nero, estero su estero, dal cliente privato, magari per un divorzio miliardario.

Non ci sarebbe nulla di male a stabilire oggi che per il primo va bene così, mentre il secondo, se vuole coprirsi davvero con lo scudo, perché l’evasione è saltata fuori per altri versi, deve pagare di più. Sarebbe un chiarimento delle precedenti ambiguità condonistiche dello scudo, ferma restando la sanatoria sul monitoraggio e l’inutilizzabilità delle somme rimpatriate come indizio di evasione, anche qualora siano utilizzate. “Pacta sunt servanda” soprattutto in un momento in cui l’Italia è accusata di scarsa credibilità politica, ma i riflessi condonistici dello scudo non erano un patto preciso, erano un equivoco, su cui il governo aveva giocato a suo tempo. E che ora potrebbe essere chiarito pragmaticamente, nel senso che il 5% per il solo rimpatrio dei capitali, con sanatoria di tutte le violazioni “a valle” e inutilizzabilità accertativa della somma rimpatriata, andava bene. Era invece decisamente “regalato” l’impatto condonistico dello scudo, che sembrava una specie di “paghi uno porti via due”, e per questo era circondato da mille distinguo e ambiguità. Non è del tutto certo oggi a quali condizioni lo scudo “copra” una evasione dimostrata dal fisco per altre vie, che non hanno nulla a che vedere con la somma rimpatriata. Offrire certezza, a pagamento, su questi aspetti, sarebbe sensato, non farebbe perdere credibilità ed anzi la farebbe acquisire, con una dimostrazione di serietà. Inoltre eliminerebbe una discriminazione tra persone fisiche e società di capitali, che già avevamo notato su Dialoghi tributari (L. Tosi e R. Lupi, “Protezione dello scudo fiscale e trattamento deteriore per le società”, in Dialoghi Tributari n. 4/2010, pag. 369). Insomma, se vuoi paghi un altro 10% e compri con certezza, oltre alla sanatoria sul monitoraggio, anche il condono su quanto il fisco dovesse per altri versi accertare, fino a concorrenza dell’importo scudato. Altrimenti, tornando al suddetto caso dell’avvocato, se per altra via salta fuori l’evasione, allora paghi tutto, sanzioni e interessi. Non sarebbe un condono nuovo, ma un chiarimento degli equivoci e delle ambiguità del tentativo pasticciato di “fare un condono senza dirlo”.

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