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Home Frodi fiscali Il cinese finto e un'evasione all'"amatriciana"
Il cinese finto e un'evasione all'"amatriciana" PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Sabato 11 Luglio 2009 15:35

Leggendo la sentenza penale del tribunale di milano sui diritti televisivi mediaset sembra di ritrovare le riflessioni che avevamo svolto su  Dialoghi a proposito  delle interposizioni di fornitori apparentemente indipendenti , che gonfiavano i prezzi alla società, e retrocedevano la differenza estero su estero

 

a beneficio del socio. Ne avevo anche parlato sul manuale giuridico di scienza delle finanze, come esempio di "management overriding" all'amatriciana , a pagina 262 , nei termini che seguono "Quando si cresce, e si opera con l’estero, poi, le occasioni si moltiplicano, perché i controlli fiscali “incrociati” cliente –fornitore diventano molto più complessi quando il fornitore si trova in un altro stato. Basta interporre, rispetto al fornitore o cliente effettivo, un fiduciario intermedio, apparentemente indipendente, presso cui accumulare le differenze rispetto al costo effettivo o al ricavo effettivo. Quando si commercia con fornitori cinesi, basta interporre tra il cinese vero e l’azienda un “cinese finto”, che riceve dall’azienda italiana un pagamento utilizzato in parte per remunerare il cinese vero, e per il resto destinato al conto cifrato in svizzera del titolare dell’azienda, con un binomio “cinese-ticinese”. I capitali evasi non vengono quindi “portati all’estero”, ma si formano direttamente all’estero, e lì rimangono, salvocedere alle sirene di qualche “scudo fiscale”.

E' abbstanza patetica la autodifesa dell'interessato, secondo cui "ma vi pare che se io avessi saputo che questi miei dirigenti pagavano tangenti gonfiando i diritti televisivi non li avrei licenziati subito?". Assolutamente plausibile, salvo che il beneficiario delle tangenti non fosse proprio colui che avrebbe dovuto procedere ai relativi licenziamenti. Resta da chiedersi se , per un imprenditore normale, che non era sceso in politica, qualcuno se ne sarebbe mai accorto. E resta da chiedersi in quanti "micio micio" e low profile continuino di nascosto a farlo. Certo che "a costoro l'inferno del dichiarato, l'abuso del diritto , le contestazioni interpretative vanno benissimo". All'inferno della ricchezza registrata corrisponde il paradiso di quella nascosta". Volevate un grande evasore? Eccolo qua. Ed è pure simpatico. 

Se le cose stanno nei termini riportati  da questo articolo sul corriere della sera le nostre ipotesi quadrano perfettamente con le risultanze processuali

DAL CONTABILE DELLA FOX AI RIFLESSI DEL CASO MILLS, ECCO GLI ELEMENTI DELL'ACCUSA

Quelle mail e la testimonianza di Tatò

Così i giudici hanno deciso la condanna

Nella sentenza si ricorda che è stato accertato fino alla Cassazione che le società offshore erano del Cavaliere

 

 

I giudici durante la lettura della sentenza (Ansa)

MILANO - Una mail, almeno 4 lettere, minimo 4 testimoni: non è in base al teorema del «non poteva non sapere», ma, all'osso, in base a questi elementi che i giudici d'Avossa-Guadagnino-Lupo traggono in primo grado la «piena prova, orale e documentale, che Silvio Berlusconi abbia direttamente gestito» l'«ideazione» dal 1985, la «direzione», e poi anche da premier nel 1994 la «regia» di una «scientifica e sistematica evasione fiscale di portata eccezionale» attraverso «l'artificiosa lievitazione dei prezzi» dei diritti tv, prima nei frazionati passaggi infragruppo tra offshore solo apparentemente estranee a Fininvest/Mediaset, e poi tramite fittizi intermediari come il produttore americano Frank Agrama. Un'attività che l'ex premier ha «ramificato in infiniti paradisi fiscali con miriadi di società satelliti e conti», e «dalla quale ha conseguito un'immensa disponibilità economica all'estero, in danno non solo dello Stato, ma anche di Mediaset e, in termini di concorrenza sleale, delle altre società del settore».

La mail del contabile Fox

Il 12 dicembre 1994 un contabile della casa cinematografica «Twenty Century Fox», Douglas Schwalbe, scrive una mail al suo capo Mark Kaner per riferirgli quanto un addetto all'ufficio acquisti di Reteitalia e Mediaset, Alessandro Pugnetti, «mi ha spiegato con la speranza che tutto rimanesse tra me e lui». E cioè che l'approvvigionamento dei diritti tv è costruito in quel modo «perché non si vuole che Reteitalia faccia utili o faccia figurare utili», nel senso che «i profitti vengono tenuti in Svizzera, i profitti non sono proprio parte delle reti televisive italiane», che anzi «sono state ideate per perdere soldi», cioè appunto per evidenziare maggiori costi e dunque pagare meno tasse. «In due parole - esemplifica il contabile - l'impero di Berlusconi funziona come un elaborato shell game con la finalità di evadere le tasse italiane», dove shell game è «un gioco che consiste nel prendere tre gusci di noci vuoti e nascondere sotto uno di essi il nocciolo di una ciliegia, chi gioca deve indovinare dove il nocciolo è stato nascosto».

 

Le conferme dentro Fininvest

Schwalbe e Kaner al processo confermano il contesto della mail, e Pugnetti, premettendo che le majors premevano per avere spiegazioni su ritardi nei pagamenti, aggiunge: «Io affrontai questo problema con Carlo Bernasconi», scomparso responsabile Fininvest degli acquisti di diritti tv, «gli spiegai che avrei dovuto parlare con la Fox, gli esposi quello che avevo capito di questi meccanismi e lui mi confermò. Mi disse: "Sì, è così, vai e spiegaglielo", con riservatezza, perché comunque sono meccanismi aziendali».

Ulteriore conferma il Tribunale trova nell'addetta alla gestione contratti di Reteitalia e Mediaset, Silvia Cavanna. «Andavo da Bernasconi, il quale mi dava la dritta: "Allora questo mese, questo trimestre, dobbiamo arrivare in termini di costo a 5 milioni di dollari, a 20 milioni, eccetera". Però il costo dei diritti era di meno, sensibilmente di meno». E perciò in questa fase a Cavanna arrivava l'indicazione di gonfiare i costi d'acquisto, con l'espressione «picchia giù con i prezzi» rivoltale «da Bernasconi - sottolinea il Tribunale - solitamente dopo incontri ad Arcore con Berlusconi».

 

Tatò e il tabù impenetrabile

Del resto Franco Tatò, amministratore delegato Fininvest 1993-1994 chiamato per tagliare i costi, ha deposto che invece quella dei diritti tv «era un'area di attività assolutamente chiusa e impenetrabile» (aggettivo poi ridimensionato), ma soprattutto «gestita a più alto livello da Bernasconi che dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio di amministrazione». Aggiungono i giudici che «lo stesso ha dichiarato il responsabile amministrativo Gianfranco Tronconi», mentre «nessuno ha riferito che tra Bernasconi e Berlusconi vi fosse un altro soggetto con poteri decisionali nei diritti tv, neppure dopo la quotazione in Borsa e la discesa in campo di Berlusconi».

 

I camion di carte sparite

Che fossero di Berlusconi le società offshore in apparenza fuori dal perimetro ufficiale del suo gruppo è ormai «accertato in maniera definitiva dalla Cassazione nella sentenza Mills del 2010». Se mai, non tutto è ricostruibile perché «a seguito delle prime perquisizioni», ricorda Cavanna, «15 anni di carte» da Lugano «furono fatte sparire in Lussemburgo, credo con camion».

 

Lettera-confessione di Agrama

Per il Tribunale è «anomalo» indice della frode il «ricarico del 200%» nelle società del produttore Frank Agrama da cui il Biscione nel 1994-1998 acquista diritti per 199,5 milioni, sui quali la maggiorazione di costi fittizi è 135 milioni. Agrama era un intermediario non fittizio, ma vero e autonomo rispetto a Mediaset, ribatte oggi la difesa di Berlusconi. Ma è proprio Agrama, non oggi ma in quella che il Tribunale definisce la «lettera-confessione» del 29 ottobre 2003 all'allora presidente Fininvest Aldo Bonomo, a scrivere il contrario, e cioè di aver lavorato per le società del Biscione «come loro rappresentante».

 

Berlusconi's companies

Di «cliente Berlusconi» scrivono anche dentro Paramount il 3 marzo 1992. E il 21 dicembre 1993 è un capo di Paramount, Bruce Gordon, ad accreditare in una lettera al collega Lucas «la totale sovrapponibilità tra Agrama e Berlusconi, posto che - osservano i giudici - non vi è distinzione né tra le società né tra le persone, né tra le cifre». E in un'altra lettera del 7 ottobre 1997 due contabili di Paramount, Taylor e Schlaffer, parlano di crediti verso le società di Agrama chiamandole «Berlusconi's companies», cioè le società di Berlusconi, di cui Agrama per il Tribunale è dunque «mero mandatario».

 

Confalonieri sapeva ma non faceva

Neppure per Confalonieri viene usato il «non poteva non sapere». Anzi, per i giudici è «fortemente plausibile» che il presidente Mediaset «sapesse» della frode e, «violando i suoi doveri, nulla abbia fatto» per arginarla. Ma nessun teste e nessun documento del processo lo mostrano operativo sui diritti tv, sicché la carica e la (pur plausibile) ipotesi non possono da sole fondare una condanna.

 

Luigi Ferrarella

28 ottobre 2012 (modifica il 29 ottobre 2012

 

 

 

 

 

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